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Ci sembra doveroso spiegare perché si è costituito il COMITATO VITTIME DELLA GLOBALIZZAZIONE e quale dovrebbe essere il suo ruolo.
Si vuole innanzitutto che chi sostiene il modello di sviluppo che ancora oggi stiamo subendo, si assuma le responsabilità dei danni che con esso produce e ne paghi quindi le conseguenze, anche materialmente.
Non potendolo immediatamente arrestare e sostituire (il modello di sviluppo, sintende!) avanziamo la pretesa di essere risarciti dei danni morali e materiali che col suo decorso provoca e dei quali siamo vittime. Vogliamo inoltre raccogliere le istanze dei danneggiati e rigettarle sulle istituzioni pubbliche e private, vogliamo farle riconoscere ed essere a nostra volta riconosciuti come vittime di tale modello, come invalidi allinterno di un sistema che non ci appartiene e che ci viene imposto.
Ma chi è il prototipo di vittima? E chiunque vorrebbe sperimentare altri modelli di organizzazione sociale e gli viene impedito, chi vorrebbe rifiutare il lavoro come forma di coercizione collettiva e gli viene impedito, chi si ammala per questi impedimenti, chi vorrebbe una casa e non può permettersela neppure in affitto, chi non ha sostentamento per poter vivere dignitosamente, chi non ha assistenza medica adeguata, chi non può per mancanza di mezzi soddisfare la propria preparazione culturale. Ma è anche vittima chi viene espropriato delle risorse naturali e ambientali che a tutti appartengono e che viene tenuto a bada col dogma della PROPRIETA PRIVATA applicato ai beni comuni ed a quelli essenziali o chi, più semplicemente, viene privato della possibilità di sognare. La frustrazione dellimpossibilità di vivere il DIRITTO AD ESISTERE deve essere risarcita come danno subìto, ora e sùbito, prima che il dispiegarsi della storia arrivi comunque a descrivere ed a confermare quanto stiamo sostenendo.
Potrebbe sembrare una provocazione. In realtà è invece il tentativo di ribaltare un punto di vista, passare cioè da una condizione difensiva di oppositori ad oltranza ad un modello di sviluppo del quale se ne pagano solamente i costi ed il cui mutamento è posto in un punto ignoto nel tempo, a quella di vittime coscienti tornate in posizione di attacco, quindi richiedenti lassunzione di responsabilità da parte degli attori protagonisti del progetto in essere anche tramite risarcimenti dei danni da essi provocati mediante versamento di denaro. Quasi a dire: la vostra economia produce degli effetti collaterali, noi ne siamo le vittime. Dovete risarcirci in quanto rientriamo nei rischi dazienda.
Il denaro, in questo caso, non è da intendersi come medium tra lavoro e valore, ma come opportunità di riscatto della nostra vita in quanto tale. Lintento è quello di far leva sulle contraddizioni strutturali del sistema e, ribaltandone concettualmente il punto di vista e linterpretazione, tradurle in risorse utili.
Facendo un piccolo passo indietro, è banale, perchè estremamente ovvio, dire a questo punto che le vittime delle violenze perpetrate durante le giornate del G8 del 2001 a Genova sono anchesse da considerarsi nella categoria soggetti disabili. Disabili, e non diversamente abili, in quanto volutamente estranee a chi quellevento laveva organizzato, ed estranee pure alla logica di chi le violenze le ha poi gestite. Disabili perché volutamente inutili ad una logica di sistema globale perverso, disabilità voluta e non subita.
Ma anche in questo caso vorremmo proporvi di andare più in là nellanalisi, rievocando i fatti per collegarli alla storia successiva nel tentativo di riuscire a tracciare un disegno che collega Genova 2001 a Bologna 2005, il G8 agli odierni attacchi ai centri sociali, il tentativo di neutralizzare tutte le forme di organizzazione collettiva deviante, di costruzione di modi di vivere non omologati.
Questo disegno non è specifico di uno schieramento politico, destra o sinistra, ma è trasversale, è insito in chi, in un modo o nellaltro, sostiene o fiancheggia lattuale modello di sviluppo, non lo mette assolutamente in discussione e anzi si prodiga per poterlo e volerlo governare. I fatti di Napoli del marzo 2001 lo dimostrano. Lattuale governo si insediò solo il mese successivo a quellevento. A Bologna, oggi, governa Cofferati.
Il problema non è di bandiera, ma di scelta di progetto di vita e, a questo riguardo, sembra che attualmente allunanimità vi sia una tendenza univoca a non voler più mettere in discussione un sistema votato allautodistruzione planetaria ed allassoggettamento totale dellessere umano alla schiavitù del lavoro.
Il CONTROLLO SOCIALE, indispensabile affinché un sistema socio-economico possa dispiegarsi, si sviluppa su diversi livelli e con diverse modalità. Il più palese e tangibile è quello militare, quello che interviene fisicamente nella repressione di atteggiamenti devianti o presunti tali. Ed è proprio nella presunzione che alberga la discriminante che varia quantitativamente da periodo a periodo nella nostra storia, a seconda delle necessità di coercizione sociale da soddisfare e dà lopportunità di intervenire ai repressori anche là dove non ce ne fossero i motivi. Prevenzione, è il concetto aleatorio utilizzato, scarsamente impiegato dove servirebbe (per esempio nella salute) ed abusato altrove per fini coercitivi. Questo perché è direttamente dipendente da unaltra necessità di controllo, quella morale. Letica della produttività necessita di unassoggettamento amorfo alle regole del mercato creando una conseguente reazione degli spiriti coscienti che tendono quindi alla ribellione. Il controllo etico si impone come priorità e laddove non riesce nel suo intento, viene coadiuvato da quello militare. Esso è subdolo e strisciante, viene metabolizzato inconsciamente a livello sociale perché passa attraverso le pratiche quotidiane e la somministrazione di comunicazione tendenziosa e mirata, creando anticorpi che recluta allinterno delle vittime stesse, le quali diventano controllori/controllati dei propri simili. Ecco quindi affiorare la terza forma di controllo, lautocontrollo collettivo, fare la spia per intenderci; è quellatteggiamento che porta a denunciare il proprio vicino sospetto o a discriminare e riprendere il collega che coi suoi comportamenti potrebbe mettere in discussione la pace sociale interna ad un ambiente di lavoro. In questo caso paura del non conosciuto e ricatto sociale viaggiano parallelamente. Vi è infine il controllo operato tramite la stratificazione e lorganizzazione dei sistemi produttivi e del mercato del lavoro. Questa operazione diventa strategica al fine di smorzare le tensioni antagoniste perché gioca sulla possibilità di coesione dei soggetti attuando, come sopra, un ricatto basato sulla gestione delle possibilità di sopravvivenza.
Controllo ed autocontrollo viaggiano di pari passo, non sono entità astratte ma fanno parte del dispiegarsi della nostra giornata di vita, sono prodotte da una logica ferrea, quella del profitto, e si sono costruite intorno unaura di oggettività che portano il cittadino medio a pensare che tutto ciò che fouriesce dalle direttive del sentire comune sia improponibile, anzi dannoso per la pace sociale ed individuale, generando spesso lotte tra simili.
Ma non proseguiamo oltre.
Quanto esposto non vuole essere un intervento programmatico, ma una riflessione a voce alta, un semplice contributo per la discussione, proprio per la sua provocatorietà.
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